Come scrivere un menu in inglese

By: Stefania Marinoni On: Marzo 18, 2019 In: Varie ed eventuali Comments: 4

Se il vostro locale è frequentato da turisti, avrete probabilmente già pensato a tradurre il menu in inglese. Ma come essere sicuri di farlo nel modo giusto?

Provare a tradurlo da soli aiutandosi con un dizionario o Google Translate non è una buona idea perché, data la ricchezza dei nostri termini culinari, il rischio di strafalcioni è dietro l’angolo. Stesso discorso se si affida il compito a una persona che conosce un po’ di inglese.

Ma è davvero così difficile tradurre il menu di un ristorante? La risposta è sì.

Molto meglio investire qualche soldo e affidare la traduzione un professionista, meglio ancora se madrelingua: il menù è la prima cosa che i clienti leggono e con un testo professionale il ritorno di investimento è assicurato!

Per ottenere il massimo vi consiglio di confrontarvi con la persona che tradurrà il menu e prestare attenzione ad alcuni accorgimenti che potrebbero non essere scontati se uno non è abituato a svolgere questo tipo di lavoro. Vediamoli insieme.

TRADURRE O NON TRADURRE?

La cucina italiana è famosa in tutto il mondo e alcuni piatti sono conosciuti anche all’estero con il nome originale. La pizza è l’esempio più famoso, ma anche il termine spaghetti è ormai universale. Eppure capita ancora di trovare i classici spaghetti tradotti con “noodle”. Al di là del fatto che, semmai, i noodle sono più simili ai tagliolini che agli spaghetti, si tratta di una parola che richiama immediatamente la cucina orientale e crea confusione nei turisti, che pensavano di trovarsi in un tipico ristorante italiano (naturalmente se proponi piatti fusion il discorso cambia).

In altri casi invece il termine italiano non è abbastanza conosciuto e la traduzione letterale non è sempre possibile. Quante volte ho trovato gli spaghetti all’arrabbiata tradotti con angry spaghetti (o peggio ancora angry noodles)! Ma questi “spaghetti arrabbiati” non dicono nulla al nostro turista, che sarà costretto a chiedere chiarimenti al cameriere. Molto meglio scrivere “spaghetti with spicy tomato sauce”, cioè spaghetti con sugo di pomodoro piccante, o qualcosa di simile. Insomma, spesso è meglio spiegare brevemente il piatto piuttosto che cercare una traduzione impossibile.

La traduzione letterale va evitata anche per le razze locali, come la Chianina o la cinta senese. In questo caso è meglio parafrasare e scrivere per esempio che si tratta di carne bovina tipica dell’Italia centrale o di un piccolo maiale allevato nei dintorni di Siena.

DESCRIZIONI E NOMI DI FANTASIA

Come abbiamo detto, a volte è meglio lasciare perdere la traduzione letterale e puntare a una breve descrizione. Ma in certi casi questa potrebbe diventare piuttosto lunga. Se proponete, ad esempio, pici di cinta senese, il traduttore dovrà spiegare cosa sono i pici e cos’è la cinta senese, con il rischio che il nome del piatto diventi lunghissimo e crei incomprensioni tra turisti e camerieri. In questi casi, meglio lasciare il nome italiano accompagnato da una breve descrizione in inglese oppure scegliere un breve nome di fantasia a cui far seguire la spiegazione. Nel nostro caso ad esempio potremmo chiamare il piatto Siena’s pici e sotto aggiungere una descrizione che suonerà più o meno così “Spaghetti freschi fatti in casa con sugo di carne di maiale rustico senese”.

Insisto sulla descrizione del piatto, e la necessità di indicare tutti gli ingredienti, perché a volte diamo per scontati aspetti della nostra cucina che scontati non sono. Per esempio l’impepata di cozze è sì una “mussel soup” (letteralmente zuppa di cozze) ma nella traduzione si perde l’elemento del pepe, che invece è bene specificare per non ritrovarsi con clienti delusi.

La cosa migliore è illustrare in dettaglio tutti i piatti presenti nel menù al professionista incaricato di tradurlo, per aiutarlo a includere tutte le informazioni necessarie per far comprendere il piatto ai turisti stranieri.

Inoltre, se non si vogliono indicare tutti gli ingredienti, è bene specificare almeno gli allergeni, per consentire ai nostri ospiti di ordinare in tutta tranquillità. Ricordatevi che i turisti stranieri non sono necessariamente di madrelingua inglese: probabilmente lo sanno abbastanza da capire cosa c’è nel piatto ma potrebbero trovarsi in difficoltà se dovessero chiedervi quali sono i piatti senza latticini o senza frutta secca. E anche i vostri camerieri potrebbero avere problemi a interagire con persone che parlano un inglese dall’accento straniero. Se le informazioni fondamentali sono tutte scritte, le incomprensioni saranno minori.

UN MENU SOLO PER STRANIERI

Se gli stranieri rappresentano una fetta importante della vostra clientela, potreste decidere di non limitarvi a tradurre in inglese il menù italiano ma adattarlo alle richieste più comuni dei turisti. Ad esempio tra gli antipasti in estate si può includere prosciutto e melone e la caprese. Sono piatti che molti considerano banali, ma non sottovalutate il valore di una mozzarella di bufala campana o di un prosciutto crudo dolce ben stagionato. All’estero sono praticamente introvabili e anche le versioni più mediocri hanno prezzi proibitivi!

Un altro concetto tipicamente italiano è quello di primi piatti e secondi piatti. In molti paesi europei la portata principale è una sola e pasta o riso sono usati come contorno. Per aiutare i turisti a orientarsi nel vostro menu potreste suddividere primi e secondi in “Piatti a base di pasta o riso” e “Piatti a base di carne o pesce”. Anche questa è una scelta che vi consiglio di discutere con il vostro traduttore o la vostra traduttrice.

Si può anche decidere di spingersi più in là e includere proposte più “estreme”, come includere il cappuccino tra le bevande che è possibile ordinare durante il pasto. Alcuni stranieri ne sarebbe contenti e lo troverebbero normale, ma altri potrebbero storcere il naso perché capiscono che si è stravolta la tradizione italiana per assecondare i loro gusti. La scelta spetta a voi, l’importante è essere consapevoli di tutte le possibilità disponibili.

In conclusione, spero sia ormai chiaro che scrivere un menù in inglese non significa soltanto tradurre il nome dei piatti italiani ma adattare la nostra grande tradizione culinaria alla sensibilità linguistica e culturale dell’altro. E per fare questo, credetemi, non c’è Google Translate che tenga!

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